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« quadrati illius latere quod electum fuerit, pari intervallo di« stant. Abest autem ab eo pedes L est ibi capiendis equis, ju« mentis et RELIQVIS Tribunorum IMPEDIMENTIS locus ».

In questo brano, è da notarsi che Polibio, parlando della supremazia tribunizia sulle cose necessarie al migliore organamento del campo, cita i luoghi ove si tenevano i cavalli ed altri animali da soma, comprendendo probabilmente sotto una generica denominazione anche il luogo ove erano collocati gli infermi. Non è infatti fuori di ogni buona critica che col nome di impedimenti « reliqua impedimenta » venissero indicati oltre le bagaglie, il valetudinario, il veterinario e la fabbrica così bene delineata dai sunnominati Igino e Vegezio. Che se Polibio, secondo lo Schelio situò la residenza dei Legati, laddove Igino pose quella dei Tribuni la differenza che ne deriva non è così notevole da suscitare una questione molto grave sulla forma del campo militare dai Romani adottata dai più antichi tempi fino all'epoca imperiale.

Nè devo tacere che la maggioranza degli eruditi riconosce nel sunnominato Igino la persona stessa eletta dall'imperatore Augusto a bibliotecario palatino. Onde se qualche innovazione fosse stata introdotta negli accampamenti, dal fortunato monarca, Igino ne avrebbe certamente parlato con l'usata adulazione che tanto spiacque a Ovidio (1).

E se è vero, come affermano gli autori, che Igino fu il primo, parlando del campo romano, a citare gli ospedali militari ed i veterinarii, è pur vero che gli impedimenti locali di Polibio (in una misura ed equidistanza più o meno esatte e variabili) sostengono con fondata ragione la nostra assertiva sulla esistenza delle accennate misure igieniche in epoca anteriore a quella imperiale; onde questo ed altri esempi che tratti dai monumenti della detta êra, io addussi nel decorso dell'opera, valgono ad illustrare quanto già esisteva in fatto di leggi ed istituzioni sanitarie al tempo dei Re e della Repubblica. I valetudinari pertanto fecero parte del più antico metodo di struttura del campo romano.

Nè vorrei essere troppo audace di sospettare che i valetudi

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narî avessero l'aspetto e la configurazione di quelli Ospedali da campo o baracche-ospedali che la scienza moderna militare e medica esperimento di cosi grande utilità nelle ultime guerre disastrosissime che desolarono l'Europa.

È innegabile del resto che questi ospedali, fossero non solamente forniti di tutto l'occorrente, ma ancora disposti in guisa da poterli disfare quante volte impensate o previste circostanze obbligassero il duce supremo a levare il campo. Donde ne consegue che vi fossero treni e salmerie speciali per trasportare i soldati dal luogo della tenzone (ove per disavventura rimanessero feriti), nell'interno delle tende del valetudinario. Così dicasi pel trasporto degli infermi quando tolto il campo, l'esercito si avviava a prendere altrove nuove posizioni, ovvero terminata la campagna le milizie si riducevano nei rispettivi quartieri. I carri e trasporti speciali pei feriti e malati non v'ha dubbio che recassero gli stessi servigi delle comuni ambulanze che esistono nella organizzazione militare di tutte le nazioni.

Il Forcellini (!), nel suo reputatissimo dizionario di latinità, då al vocabolo impedimentum la seguente spiegazione che opportunamente giova a comprovare quanto si è detto « neque solum « farcinae, sed homines quoque et jumenta impedimentorum « nomine veniunt, quatenus iter impediunt, aut ad pugnam non « pertinent ». Ed a conferma di ciò che egli assevera cita diversi esempi tratti dalle opere degli eletti scrittori romani, ossia di Cicerone (2): « Clodius expeditus in equo, nulla rheda, nullis impe« dimentis, nullis Graecis comitibus..... » « Cum hic veheretur « in rheda, vulgi magno impedimento, ac muliebri comitatu >> Di Vegezio (3): « Et ideo ad exemplum militum, etiam impedimenta < sub quibusdam signis ordinanda duxerunt ». Di Sesto Giulio Frontino (4): « Interfectis omnibus impedimentis, ad pugnam de« scendit ».

(1) FORCELLINI Voc. Impedimentum; Tom. II, pag, 627. Padova 1828.
(2) CICERO pro Milone; 10.
(3) VEGEZIO - 1. c. Lib. III.
(4) FRONTINI Stratagematicon; Lib, 11, 1, exempl. 11. Amsterd. 1675.

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Secondo quest'ultimo autore, in tal guisa agi Giulio Cesare, quando stretto in-angustia il suo esercito da Afranio e Petrejo, luogotenenti valorosissimi di Pompeo, si libero di tutti gli ostacoli per venire, auspice la sua buona fortuna, alla decisione d'un combattimento.

In Cesare stesso trovasi citato questo stratagemma che era un mezzo molto speditivo ma non meno barbaro e sanguinario: « ibi et inopia pabuli adducti, et quo essent ad iter expeditiores, « omnia sarcinaria jumenta interfici jubet ...»(1) « impedimenta « totius exercitus, cohortesque in castris relictos, servare non « possent, quibus interclusis exercitu Caesaris, auxilium fieri « nulla ratione poterat... » (2) « prima luce magnum numerum « impedimentorum ex castris mulorumque produci, oeque iis stra« menta detrahi, mulionesque cum cassidibus equitum specie, « ac simulatione collibus circumvehi jubet » (3).

La testimonianza del grande capitano è sufficiente a dimostrare che gli impedimenti non erano semplici bagaglie e salmerie composte di robe e di viveri necessari al sostentamento delle truppe, ma anche cavalli e animali da soma, ossia quell'insieme di cose che nelle contingenze talora improvvise, formavano ostacolo alle famose vedute strategiche di Cesare. Svetonio (4) aggiunge che fra gli impedimenti erano compresi i veicoli « vehi« culis comprehensis ».

Questi soleano adoperarsi pel trasporto delle più gravi masserizie militari; e talvolta i supremi reggitori degli accampamenti se ne valevano per il trasporto degli ammalati contenuti nei valetudinarii, come è in qualche modo testimoniato da Polibio e più nettamente da Igino e Vegezio.

Per noi vale a potissimo argomento l'esempio riferito da Livio e di sopra accennato. Intendo parlare di Manlio console che affidava alle cure delle primarie famiglie dei padri coscritti i soldati

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feriti; quei gloriosi verso i quali tanta attenzione mostrarono il virtuoso Germanico, visitandoli assiduamente nel campo; Adriano Imperatore, che in una certa occasione stracciò la propria clamide per farne bende pei feriti, ed Alessandro Severo, di cuore mite e compassionevole, che non disdegno dall'altezza della sua posizione farsi assiduo e diligente infermiere dei soldati malati.

Se non v'ha dubbio che nei recinti guerrieri occupavano gran posto persone estranee ai combattimenti ed al maneggio delle armi, non può escludersi che durante la loro dimora attendessero, sotto la disciplina dei Presidi e dei Tribuni, a prestar opera ove meglio fosse giudicata opportuna.

Ricordiamo inoltre trovarsi scritto in Diodoro Siculo che all'epoca della prima guerra punica, durante la fazione combattuta in Sicilia, scoppiò la peste negli accampamenti dei Cartaginesi. In quella contingenza, come Diodoro stesso riferisce, i medici non bastarono a prestare assistenza a tutti i malati e la loro opera riusci inefficace alle persone da essi assistite » medicorum « auxilium inefficax redderetur ». Ne consegue che essendovi medici addetti agli accampamenti, eglino dovevano curare gli affetti dal morbo, non al di fuori, ma nell'interno del campo, e con tutta certezza nei luoghi assegnati dai Tribuni; ossia nei valetudinari che noi abbiamo studiato secondo le chiare esposizioni di Giulio Igino, di Seneca e Columella, e verificato esistere negli alloggiamenti delle milizie, nelle case dei privati, e finalmente nell'interno delle città sotto il nome di ospedali pubblici o case di Esculapio.

FINE.

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