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2. -- Presunzioni di proprietà comune od esclusiva dei muri, dei fossi, delle siepi e degli alberi sono desunte dalle condizioni materiali dei luoghi e da segni esteriori, visibili e permanenti.

« Ogni muro che serve di divisione tra edifizi sino alla sua sommità, e, in caso di altezze ineguali, sino al punto in cui uno degli edifizi comincia ad essere più alto , ed altresì ogni muro che serve di divisione tra cortili, giardini ed anche tra recinti nei campi, si presume comune, se non vi è titolo o segno in contrario » (1).

Bisogna notare anzitutto, in omaggio ai principi generali (2), che questa presunzione di proprietà comune non è applicabile fuori dei casi tassativamente determinati dalla legge. Non è applicabile, per esempio, al muro che divide una bottega da un portico od andito « non potendosi, come insegnano i tecnici ed è d'altronde di intuitiva evidenza, equiparare un porticato od andito (locale stretto e lungo ad uso di passare) ad un edificio (fabbrica) » (3). E cosi mentre ogni muro che serve di divisione tra edifizi o tra giardini si presume comune, non si presume comune il muro che delimita un fabbricato separandolo da un giardino. In questo caso, nota egregiamente la corte d'appello di Milano, « la ragione del decidere ..... non puossi dedurre dalle disposizioni dagli articoli 546, 547 del codice civile, avvegnachè il primo degli articoli medesimi stabilisce una presunzione di comunione quanto ai muri che servono di divisione fra edifizi, e quanto a quelli che dividono cortili, giardini o recinti nei campi, ed il secondo non fa che indicare alcuni segni, che, relativamente a questi ultimi muri, valgono ad escludere la presunzione anzidetta. Il muro in questione non è posto fra

(1) Art. 546. Diritto romano: cfr. l. 4, § 10, D., Finium regund., X, I.

(2) Parte II, cap. II, § 3. (3) C. Torino, 3 maggio 1880, Giorello utrinque, Legge, 1880, I, 730. due edifizi, non serve a dividere, cortili, giardini orti o campi, ma delimita un fabbricato separandolo da un giardino; e poichè esso forma parte integrante del fabbricato medesimo deve presumersi che sia stato costruito dal proprietario di questo sul suo suolo ed a sue spese, e che conseguentemente gli appartenga, perchè chi ha la proprietà del suolo ha pur quella di tutto ciò che sopra di esso si trova (articolo 440 del codice civile), perchè tutto ciò che s'incorpora e si unisce alla cosa appartiene al proprietario di essa (articolo 446), perchè qualsiasi costruzione od opera sopra il suolo si presume fatta dal proprietario a sue spese ed appartenergli finché non consti del contrario (art. 448) » (1).

La presunzione di proprietà comune stabilita dall'art. 546 è relativa, cioè suscettibile di prova contraria, la quale tuttavia non può risultare che dai mezzi determinati nelle ultime parole dell'articolo, cioè da titolo o da segno (2). Ma, si noti bene, da qualunque segno idoneo a convincere il magistrato che ad uno dei confinanti spetti la proprietà esclusiva, e non solamente dai segni indicati nell'articolo 547. Questi formano alla loro volta nuove presunzioni legali di proprietà o esclusiva o comune, ma ciò non toglie che contro la presunzione di proprietà comune del muro divisorio fra edifizi, cortili , giardini o recinti possa addursi qualunque segno, giacchè l'articolo 546 non distingue nè v’ha ragione di distinguere. Se da una parte sola del muro divisorio si trovino quei segni che, a tenore dell'articolo 547, indicano la proprietà esclusiva, questa è legalmente presunta, se si trovino altri segni, il magistrato ne valuta l'importanza con libero e sovrano apprezzamento.

(1) A. Milano, 23 dicembre 1881, Ditta Borsa-Bono c. Zazzera, Annali, 1881, 475.

(2) A. Roma, 29 aprile 1879, Nibby c. Valentini, Annali, 1879, 262; C. Torino, 27 marzo 1883, Gallia c. Guasco, Annali, 1883, 201.

« La proprietà del muro divisorio tra cortili, giardini, orti o campi è determinata dal piovente di esso muro ed in ragione del piovente medesimo. Se gli sporti, quali sono le mensole, i cornicioni e simili, e i vani che si addentrano oltre la metà della grossezza del muro appaiono costrutti con esso, si presume che il muro sia di quel proprietario dalla cui parte si presentano, ancorchè vi sia soltanto qualcuno di tali segni. Se poi uno o più di essi sono da una parte, ed uno o più dalla parte opposta, il muro è riputato comune: in ogni caso la positura del piovente prevale a tutti gli altri indizi » (1).

Giusta prevalenza « in quanto l'incomodo dello stillicidio su di un fondo non si può comprendere se non corrispettivamente al vantaggio della proprietà esclusiva del muro da cui lo stilli. cidio proviene » (2).

Sugli articoli 565, 566 e 567 bisogna ripetere il ragionamento che ora abbiamo fatto.

« Tutti i fossi tra due fondi si presumono comuni se non vi è titolo o segno in contrario, e sono mantenuti a comuni spese » (3).

Presunzione relativa che ammette in contrario due sole prove: titolo o segno. Ma non è detto che il segno debba essere uno di quelli indicati negli articoli che vengon dopo.

« È segno che il fosso non è comune se si trovi da una sola parte del medesimo il getto della terra o lo spurgo ammucchiatovi da tre anni. Il fosso si presume di proprietà esclusiva di quello dalla cui parte è il getto della terra o lo spurgo cosi ammucchiato » (4).

(1) Art. 517. (2) C. Torino, 27 marzo 1883, Gallia c. Guasco, Annali, 1883, 301.

(3) Art. 555. C. Firenze, 27 febbraio 1882, Trattenero c. Tasin, Legge, 1882, II, 79.

141 Art. 566.

« È segno che il fosso non è comune quando serve agli scoli dalle terre di un solo proprietario » (1).

Il getto della terra, lo spurgo ammucchiato da tre anni, lo scolo dalle terre di un solo proprietario costituiscono segni che fanno legalmente presumere la proprietà esclnsiva del fosso. Il che non toglie che da altri segni possa essere combattuta ed eventualmente distrutta la presunzione legale di proprietà co

mune.

Maggiore larghezza nella controprova è lasciata in altri casi:

« Ogni siepe tra due fondi è riputata comune, ed è mantenuta a spese comuni, eccettoché un solo fondo sia cinto, o vi sia termine di confine o prova in contrario » (2).

« Gli alberi sorgenti sulla linea di confine tra due proprietà si reputano comuni, quando non vi sia titolo o prova in contrario » (3)

Saranno dunque ammesse contro queste presunzioni di comunione oltre che i titoli ed i segni anche le altre prove secondo i principi generali di loro ammissibilità.

3. Un'altra presunzione che bisogna qui ricordare è stabilita in tema di comunione dei beni fra coniugi.

« Si farà dagli sposi prima del matrimonio una descrizione autentica de' loro beni mobili presenti, ed eguale descrizione sarà pur fatta dei beni mobili che venissero loro a devolversi durante la comunione. In mancanza di tale descrizione o di

(1) Art. 567. (2) Art. 568.

(3) Art. 569, cap. 1o. divis., II, 1.

Diritto romano: cfr.: S 31, J., De rer.

altro titolo autentico, i beni mobili sono considerati come acquisti della comunione » (1).

Presunzione relativa, come si vede, ma oppugnabile con due sole prove: la descrizione autentica dei beni, o altro titolo autentico. In mancanza di queste due prove « i beni mobili sono considerati come acquisti della comunione » nei rapporti fra i coniugi ed i terzi. Nei rapporti dei coniugi tra loro, forse perchè le prudenti cautele sembrano spesso diffidenze oltraggiose, si è derogato al rigore dell'articolo 1437. « Nella divisione della comunione i coniugi od i loro eredi, ed anche in caso di rinunzia od accettazione col benefizio dell'inventario, la moglie od i suoi eredi possono sempre, non ostante la disposizione dell'art. 1437, prelevare le cose mobili, che possono provare con tutti i mezzi autorizzati dalla legge avere loro appartenuto prima della comunione, o essere loro devolute durante la medesima a titolo di successione o donazione. La moglie od i suoi figli eredi possono valersi della prova testimoniale, qualora si tratti di cose ad essa devolute a titolo di successione o donazione, qualunque ne sia il valore. La moglie od i suoi eredi possono anche ripetere il valore delle cose mobili spettanti ad essa ed escluse dalla comunione, ma che non si trovassero più in natura al tempo della divisione, e possono in tal caso provare anche per notorietà il valore delle dette cose » (2). Tuttavia il prelevamento autorizzato da questo articolo « non può farsi a pregiudizio dei terzi che in mancanza di descrizione o d'altro titolo autentico di proprietà avessero contrattato col marito, quale amministratore della comunione, salvo alla moglie o a' suoi eredi il regresso sulla porzione della comunione spettante al marito, ed anche sui beni di lui particolari » (3).

(1) Art. 1437. (2) Art. 1445. (3) Art. 1446.

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