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come diremo più avanti, ma nè pure si curasse di ripulire il manoscritto di quella parte di essa che avea terminata. Il perchè tra pel cattivo stato della scrittura, con molte cancellature, con vocaboli più accennati che finiti, o scritti nel calore del pensiero diver- , samente da quello che debbono essere, con aggiunte e correzioni incastrate qua e là come davano agio gli spazii vôti della carta, e per l'arduità del subietto trattato con parole ed espressioni tutte fuori del modo volgare, doveva naturalmente avvenire che colui a cui fosse dato l'incarico di trarne la copia, se non era uomo di non ordinaria capacità, ne componesse un mostro. Tale, secondo ogni apparenza, è stata la sventura di questo libro. Ed è forza di confessare che tutti i Codici che di esso sussistono sieno derivati, come da infetta sorgente, da un primo informe esemplare tratto dalle carte postume dell'autore. Chè altrimenti, se le copie ne fossero girate mentr'egli vivea, dovrebbe anche al presente ritrovarsene alcuna di lezione, se non in tutto sicura, almeno nella più parte ragionevole , come trovansi a penna ed a stampa i buoni Testi della Commedia e delle altre sue cose. Nè poi era

a

possibile che Dante avesse lasciato correre per le mani degli uomini quest'opera così storpiata, essendo sì tenero de' suoi lavori, che al fabbro ed all'asinajo che gli sconciavano i versi fece quel mal complimento, di cui parlano Franco Sacchetti (a) e Leonardo Bruno Aretino (b). Certo ch'ei non l'avrebbe risparmiato a' suoi Copiatori. Ma di costoro non è a stupire che le sì ree cose facessero dire al divino Alighieri. Gente eran essi educata, prima dell'invenzione della stampa, alla materiale fatica del trascrivere l'opere altrui; come il sono oggidì a quella di accozzare caratteri di piombo i così detti Compositori delle nostre tipografie. Onde se tanti svarioni s'incontrano ne' manoscritti pure delle Cronache, delle Novelle, delle Leggende compilate a bella posta per l'intelligenza d’uomini idioti, come non dovea cangiar forma nelle mani di coloro, che non avevano spesso salutate altre scuole che quelle dell'alfabeto, nè sapevano di Gramatica, nè di Latino, un libro destinato dal suo autore a contenere i tesori della Filosofia, e dettato con elocuzione modellata sulle regole della Gramatica latina, e

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(a) Nov. 114. 115. (6) Vita di Dante.

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con linguaggio nobilissimo vaporato dell'alto
stile de' latini scrittori? Che poi i primi Edi-
tori così lo mandassero alle stampe come lo
trovarono in qualche Codice de' meno cattivi,
nè qui ancora è da far meraviglia. Ma grande
bensì debb'essere la nostra ammirazione sul
chiarissimo Biscioni, chè, riproducendo il Con-
vito nel 1923 in Firenze (a), non ne abbia data
una lezione gran fatto migliore dell'altre, ac-
contentandosi di dirne che vi rimanevano al
cuni luoghi alquanto al suo parere oscuretti (b).
E l'aminirazione convien crescere all'infinito
sopra tutti quegli eruditi che, come le peco-
relle, gli uni facendo quello che gli altri fa-
cevano, stettero contenti a quauto il Biscioni
aveva pubblicato, come se fosse il vero testo
dell'autore. Nel che è da dire che mai non si
dessero pensiero di mettere in consulta col
buon giudizio quello che leggevano, e di pro-
vare se lor veniva fatto d'intenderlo. Nè poi
Danle era uomo ( a voler considerare ogni cosa )
che ad ogni passo sospinto potesse cadere in

(a) Prose di Dante Alighieri e di messer Giovanni
Boccacci. Per Gio. Gaetano Tartini e Santi Franchi.

(6) Pref. pag. XXXVIIII.

errori d'ogni fatta, e spesso ridicolissimi. Con quegli eruditi vanno a schiera gli Accademici della Crusca, che della stampa del Biscioni si servirono per l'ultima edizione del Vocabolario, in luogo di quella del Sessa, di cui si erano prevaluti gli antecedenti compilatori. Quel testo quindi prese posto di lezione volgata, e fu più volte ristampato nel secolo scorso: qual fede Psso meriti il vedranno i lettori nelle Note che si trovano ad ogni pagina della nostra edizione.

Ben è il vero che monsig. Dionisi, ammiratore di Dante caldissimo oltre ogni termine, accortosi che alcune lezioni del Convito non reggevano col buon discorso, erasi provato di sanarle ne' suoi Aneddoti. Ma quegli Aneddoti furono trascurati, perchè il Dionisi avea cert'aria di stravaganza nelle sue cose e nelle sue opinioni, che allontanava da lui gli animi poco pazienti de' letterati. Questi però furono meglio assennati sulla fede che si meritano i testi degli antichi scrittori, da che l'insigne Perticari ne rivelò molte piaghe nell'aureo suo Trattato degli Scrittori del Trecento. Ed appunto dal Convito ei prese molti esempii di scorrezioni, siccome da quell'opera che il Salriati stesso diceva la più antica e la principale di tutte le illustri prose italiane; e mostrò come poteano rimediarsi quando non si fossero poste in biasimevole dimenticanza le sane ed acute discipline dell'arte critica.

E certamente quest'arte ch'è la sola fiaceola per rimettere nella nativa bontà le opere de Classici, quando chiaramente essa vedesi smarrita per la supina ignoranza de' Copisti e degli Editori; quest'arte di cui i Poliziani, i Vittorii, i Beroaldi, gli Ileine, gli Ernesti e molti altri chiarissimi Italiani ed Oltremontani fecero così bell’uso per liberare dalla scoria de' bassi tempi gli scritti immortali della Grecia e del Lazio; quest'arte, che nella materia delle lettere non è poi altro che la pratica applicazione dei canoni della Logica, è invocata anche da quelle opere che l'ingegno italiano produsse nel risorgimento dell'umana ragione prima che la stampa fosse trovata.

Perciò noi demmo intenzione, or sono tre anni (a), di voler pubblicare un'edizione del Convito ridotto alla miglior lezione che fosse possibile. Nè da quel tempo abbiamo giammai

(a) Saggio dei molti e gravi errori trascorsi in tutte le edizioni del Convito di Dante. Milano, dalla Soc. Tipogr. dei Classici italiani, 1823.

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