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nei secoli trascorsi erano men chiare e famose.

Scossa e abbattuta l'Italia dalla gran caduta del Romano Impero, distrutta dalle invasioni dei Barbari del Settentrione, e afflitta poi non meno dalle inondazioni dei Saraceni, dormì lungo sonno d'inerzia, e d'ogni bell' Arte e d'ogni Scienza in sì fatale avvilimento fino i nomi smarrironsi. La Pisana Nazione o primiera, o a niun seconda a risorgere, a gettar le fondamenta di un fioritissimo commercio, ad aprirsi le comunicazioni e gli utili rapporti coll' Asia e coll' Affrica, ricca allora di genio e di attività, esser dovea la prima a brillare nelle fortune di sì inaspettate combinazioni. Quindi se fu primiera col suo Burgundio a promuovere nell' Occidente la bella Greca Letteratura, primiera col suo Fibonacci a promulgarvi l' Algebra e l'Aritmetica, la restauratrice dell' Architettura e della Scultura coi suoi Niccola e Giovanni, della Pittura col suo Giunta, la illustratrice della Romana Giurisprudenza coi suoi Bulgaro e Tigrini, parve poi ancora, che la Provvidenza ajutasse questa Nazione nei felici successi delle Armi e degl' Ingegni, per incamminarla così forse ai meditati suoi fini. Il Pontefice Eugenio III. Pisano sembrò in fatti un esempio della mansuetudine, della sapienza, e dell' ottimo Principe dato da Dio stesso alla sua Chiesa, piuttosto che eletto dagli Uomini. Essere non poteva di maggior uopo; poichè inoltrati allora nell'Eredità del Signore gli scismi e le eresic,

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ne intorbidavano la purità delle massime, e ne dividevano l'unione. Ma congiuntesi la direttrice sapienza del sommo Eugenio e l'efficace opera del chiarissimo S. Bernardo di Chiaravalle, smascherarono e distrussero nell' Ecclesiastica Assemblea di Parigi, e nel Concilio di Reims gli errori di Gilberto Vescovo di Poitiers, e di Eon della Stella. Salda colonna della Chiesa, riordinò quel Principe dei Sacerdoti lo sconvolto Romano Governo, e resistè imperturbabile ai seguaci dell' infame Pietro Bruis, che predicavano contro l'onore delle sacre Immagini, e ruinavano le Chiese, sostenendo, in loro folle opinione, che per onorar Dio non vi fosse d' uopo di Chiesa. Per far argine ai grandi errori voglionvi in fatti quei grand' Uomini chiamati dalle sacre Carte i Lumi del Mondo, e il Sal della Terra.

mana,

I Cardinali Guido da Caprona, e Arrigo Moricotti parvero essi ancora molto opportuni coi loro talenti al ristabilimento delle cose tumultuose della Corte Pontificia. Cancelliere quegli della Chiesa Romostrò che i Pisani coll' abilità dell' ingegno e del consiglio erano atti a sostenere in tempi sì torbidi i grandi affari della Religione, e del Governo Ecclesiastico. Insigne pacificatore l'altro dei gran contrasti fra il Sacerdozio e l'Impero, distinse sommamente il suo merito nella Germania, e nella Francia. Ma se in Italia era illustre il nome dei Pisani per la loro condotta e nel militare, e nel politico,

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non era meno illustre in Levante a cagione delle conquiste ivi fatte, e di due insigni loro Concittadini Ugone Eteriano, e Leone. Quelle aprirono all'Italia le doviziose sorgenti di ogni Orientale commercio e mercatura, per cui divenne essa in quei tempi un floritissimo emporio; questi sparsero nel culto Oriente le dottrine più luminose, e seppe il primo di loro meritarvi il nome di Eteriano, o sia Celeste, attesa l'alta stima in cui era salito, e per cui fu riputato il più abile e più adattato a contribuire alla unione delle due Chiese Greca e Latina non solo dal Sommo Pontefice Alessandro III., ma ben anche dallo stesso Greco Imperatore Emmanuelle Comneno. L' egregie sue Opere, ed in particolare fra le varie altre quella dello Stato dell' Anima spogliata dal Corpo, lo avevano già reso celebre abbastanza. Inserita fra quelle dei Padri, spesso impressa a parte, e tradotta oltramonti, ben può giudicarsi di quale ajuto sia poi sempre stata per le più sublimi meditazioni di Metafisica, e quanto la Filosofia, per mezzo di esse raggirandosi poi sull' essere incorporeo, e immateriale dell' anima, sulla di lei incorruttibilità ed attributi, abbia potuto servire a perfezionare la ragione, e ad ispirare quel gran rispetto per la Religione, che fu in sostanza e sarà sempre la base più ferma di ogni ben regolato Governo.

Quando oggetti grandi e sentimenti di gloria occupavano i Pisani, prossimi allora al massimo loro in

grandimento, più elevati di genio, e più raffinati nel gusto, non potevano essi seguitare a contentarsi di un rozzo linguaggio mal' atto alla spiegazione d'idee ringentilite, e di concetti politi: perciò prima un Poeta, come suol succedere, tentò di migliorarlo, e ne fu felice e gloriosa la riuscita. Sarà per questo sempre degno di gloria Lucio Drusi, se non per essere stato tanto caro alle Muse quanto assai dopo fu Dante, almeno per avere il primo appurate le vene di quel bel dire, per cui in oggi l'Italia e in dolcezza di prosa, e in bei versi leggiadri ogni altra Nazione Europea sopravanza. Ma il bel genio d' ogni lingua nascente non ebbe poi da ogni altro ogni altro studio il suo raffinato pulimento, quanto dal bisogno di persuadere. Per toccar l'anima colla persuasione non basta il linguaggio della ragione: vi è d' uopo ancora del linguaggio del gusto, facile e semplice, per giungere al dono di esser piacevole senza stancare. Così il polimento più terso di nostra lingua, antecedentemente ancora al Boccaccio ed al Passavanti, è dovuto a Fra Domenico Cavalca di Pisa, ed al suo infiammato trasporto per istruir gli Uomini coi suoi Libri nei doveri del Cristiano e del Cittadino.

Quell' Uomo insigne, che in tutte le molte sue Opere è avuto per testo di lingua dall' egregio Vocabolario della Crusca, ebbe purissimo lo scrivere, come cbbe purissimi e candidi i sentimenti del cuore. E' breve il passaggio dal cuore alla lingua: e l'eloquen

za e il dolce stile ben sovente traggono i loro pregj dalle belle passioni.

Non meno forse del Cavalca giudicheranno alcuni, che abbia fatt' onore a Pisa l'altro suo industrioso figlio Alessandro della Spina, al quale siamo debitori del primo uso dei Vetri ottici, detti Occhiali; per cui poi dopo il corso di più secoli, combinate le lenti in telescopj, spinsero il guardo indagatore tant' oltre nell' immenso Cielo gl' immortali Galileo, e Newton. Gli antichi non conoscevano punto questi Occhiali, per cui rifrangendosi i raggi più grandemente di quel che facciano negli occhi nostri, accrescono così e raddoppiano la forza della nostra vista. Eppure erano ben molti secoli, che l'uso del vetro e del cristallo serviva ai comodi della vita; e nei solidi globi di essi, o di acqua ripieni, potevansi ben mille volte essere osservati gli effetti dell' ingrandimento degli oggetti per le refrazioni della luce. Conoscevansi, di fatto li specchi ustorj: ma questo comprova, che una verità scoperta non è sempre una ragione, per cui si debbano scoprire le altre, che vi hanno relazione, e vi si contengono; così appunto la remota antichità conobbe le incisioni e le impressioni in metallo, e non vide come a ciò fosse prossima l'invenzione della Stampa. Quanto dunque son lente nei loro progressi le Arti e le Scienze! E quanto dobbiamo esser più grati alle prime invenzioni, per cui si aprono le strade alle più ulteriori importanti scoperte!

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